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martedì 10 novembre 2009

Ci siamo trasferiti in www.bresciapoint.it

lunedì 24 agosto 2009

Una montagna di balle

Buona Visione !

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LETTERA DI PATRIZIA GENTILINI



Lettera al direttore inviata ai quotidiani dell'Emilia:

Forlì 1 agosto 2009


Gentile Direttore,
la recente scomparsa di giovani e giovanissimi per cancro nel nostro territorio ha riempito le cronache nelle ultime settimane: passata l’emozione del momento e lasciando perdere gli interrogativi che i singoli casi suscitano e su cui anche la Magistratura indaga, vorrei tornare a riflettere su questo tema così scottante. Riconosco che, specie il primo agosto, sarebbe più normale pensare alle ferie e cercare svago e distrazione, ma ci sono purtroppo problemi dai quali non ci si può distrarre, se non altro perché nessuno può ritenersene immune: secondo gli ultimi dati dei Registri Tumori in Italia un uomo su due ed una donna su due è destinato a vedersi diagnosticare un cancro nel corso della vita. Al di là delle benevole favole che qualcuno, da decenni, continua a raccontare e cioè che la soluzione del problema cancro è a portata di mano, che si tratta di un effetto legato solo all’ invecchiamento, che fra 10 anni nessuna donna più morirà per cancro alla mammella, la realtà è ben altra ed è sotto gli occhi di tutti.

Di fatto l’età di insorgenza dei tumori si è abbassata straordinariamente: da una recente ricerca risulta che in Italia gli interventi per cancro alla mammella in età giovane sono cresciuti in sei anni del 28.6%,e se da un lato diminuisce l’incidenza dei tumori correlati al fumo, specie nei maschi, sta drammaticamente aumentando l’incidenza di tumori che nulla o quasi hanno a che fare col tabagismo: linfomi, leucemie, cancro a rene, pancreas, prostata, tumori cerebrali ormai sempre più correlati anche con l’uso del telefonino…. I tumori nell’infanzia poi sono in drammatico aumento: in Italia +2% annuo (doppio rispetto alla media europea) e tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Vorrei anche ricordare che l’incremento di cancro è solo la punta dell’iceberg del danno complessivo alla salute che stiamo recando ai nostri bambini: mi riferisco all’aumento di disturbi neuropsichici, intellettivi, relazionali, del comportamento, fino all’autismo, per non parlare dell’incredibile incremento di patologie allergiche, respiratorie, endocrino – metaboliche, diabete, disturbi alla tiroide, criptorchidismo, ecc. Cosa sta succedendo ?
Non sarà che ciò che alcuni medici, spesso definiti “allarmisti”, sostengono da anni è tragicamente vero?.
Vi invito a fare un semplice ragionamento: cosa mai vi può capitare se camminate in un campo minato? E’ ovvio che tante più mine sono state disseminate tanto più è probabile incapparci e saltare per aria….. Così è per il cancro e le “mine” cui mi riferisco sono cancerogeni noti da decenni quali benzene, arsenico, nichel, cromo, cadmio, piombo, diossine, per non parlare di PCB, particolato, pesticidi…. che continuiamo a riversare intorno a noi e di cui mai nessuno parla, visto che solo la CO2 ( che non è un veleno!) sembra meritare l’onore delle cronache! Da dati ufficiali emerge, ad es., che in Italia, nel pieno rispetto dei limiti di legge, abbiamo immesso in un anno in aria ed acqua: benzene 715.6 ton, arsenico 8.0 ton, cadmio 3.0 ton, cromo 140.0 ton, nichel 80.6 ton. L’ inventario europeo delle diossine ci dice che in un anno nel nostro paese ne sono state prodotte 558 grammi, ovvero, in media, circa 1,5 g al giorno: può sembrare poco ma rappresenta la dose massima tollerabile per oltre 10 miliardi (!) di persone… Sapendo che si tratta di molecole che hanno tempi di dimezzamento di decine/centinaia di anni e che quindi ogni nuova dose si aggiunge alla precedente, come la mettiamo? La nostra regione poi è al primo posto per uso di fitofarmaci e spargiamo in media 5.7 kg di prodotti chimici per ettaro. Ci siamo mai chiesti dove vanno a finire tutti questi veleni? Purtroppo ovunque e anche dove non vorremmo mai trovarli, ad esempio nel sangue del cordone ombelicale in cui sono centinaia le sostanze chimiche tossiche, cancerogene e nocive che si ritrovano stabilmente: qualcuno può pensare, in totale buona fede di assolverle?
Da tempo è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti ed agire per ridurre l’esposizione delle popolazioni agli agenti tossici promuovendo la Prevenzione Primaria.
Non è necessario per fare questo conoscere i minimi dettagli del processo della cancerogenesi o il ruolo che ogni singolo agente riveste: la letteratura segnala ormai, su larga scala ed in individui sani, come l’espressione di geni “chiave” si modifichi a seconda dell’esposizione a tossici ambientali e di conseguenza si alterino funzioni cruciali del nostro corpo aprendo la strada all’insorgere di neoplasie e non solo.
Il fallimento dell’approccio “riduzionista”, il vecchio paradigma secondo cui si analizza un agente per volta, senza tenere conto delle innumerevoli variabili biologiche e che non permette mai o quasi di giungere a conclusioni esaustive, è ormai sotto gli occhi di tutti. Fortunatamente nel mondo si infittisce la schiera di medici e ricercatori indipendenti che invocano un cambio di rotta nella strategia della guerra contro il cancro, ossia una drastica riduzione della esposizione ad agenti tossici e nocivi in tutti gli ambiti di vita, l’unica strada che finora ci si ostina a non imboccare con decisione. Eppure, in quei rari casi in cui questo si è fatto, i risultati non sono mancati: in Svezia, dove trenta anni fa sono stati messi al bando determinati pesticidi, seguendo le indicazioni di medici coraggiosi, oggi si registra una riduzione nella incidenza dei linfomi.
Si tratta di una strada difficile, che va contro enormi interessi, economici e non solo. M. Plank (premio Nobel per la Fisica) ci ricorda che “ i vecchi paradigmi vengono abbandonati solo quando coloro che su di essi hanno costruito la propria carriera e fortuna sono morti”.
Ma ricordiamo anche le parole di Samuel Epstein, un grande medico americano:”quasi tutti gli americani conoscono le pene causate dal cancro a parenti e amici. Il crimine è che molti di questi tumori sarebbero evitabili”; se trasferiamo queste parole all’infanzia ed alle giovani generazioni l’obbligo di abbandonare i vecchi paradigmi e di passare dalle parole ai fatti diventa ancora più pregnante e credo convenga a tutti noi riflettere, anche ai primi d’ agosto e sotto l’ ombrellone, sulla necessità di fare cambiare idea a chi di dovere prima che sia davvero troppo tardi per tutti !

Patrizia Gentilini, Oncoematologo
Associazione Medici per l’ Ambiente ISDE Italia

giovedì 6 agosto 2009

Vergogna: Gasparri-Dell'Utri contro il termodinamico italiano



Puntuale, come il cliente in un blind-date con la escort di turno, ecco arrivare la mozione Gasparri-D’Alì-Quagliarello-Dell’Utri, presentata al senato il 14 luglio 2009, ostativa allo sviluppo del solare termodinamico italiano.

Età media 57 anni, giocando una partita a brain-training, questi uomini probabilmente si vedrebbero assegnare dal Dr.Kawashima un età cerebrale di gran lunga superiore a quella realmente posseduta.
Da dove possano attingere le necessarie competenze, a meno di improvvisate faziose e costose consulenze (per le tasche degli italiani), per presentare una mozione a sfavore dello sviluppo del CSP italiano risulta poi essere un mistero:

D'Ali 58 anni Laureato in giurisprudenza.
Quagliariello 49 anni Laurea in scienze politiche
Gasparri 53 anni Maturità classica
Dell'Utri 68 anni Laurea in giurisprudenza

Fuori luogo, e mal supportato numericamente, è il confronto presentato nella mozione, tra le tecnologie CSP e nucleare in termini di ore equivalenti e di ground-ratio.
Subdolo è poi il messaggio che lanciano poi i quattro moschettieri firmatari, invitando il governo a persistere nell’attuazione del piano energetico nazionale (che contiene il rilancio del nucleare), e a puntare su tecnologie più vantaggiose quali fotovoltaico, eolico e biomasse:
Ccà nisciuno è fesso.

Come è possibile non cogliere le potenzialità di sviluppo della filiera solare termodinamica in termini di occupazione e acquisizione di competenze, sembra essere un vero mistero:
l’installazione di 300-500 MWe di potenza elettrica da CSP, entro il 2016, apre ulteriori scenari di occupazione nel campo delle FER e risulta essere propedeutica all’export della tecnologia e al trasferimento di know-how italiano nel mondo:
business-2-business.

La Spagna questo ce lo sta insegnando.
Siamo l’Italia, mi chiedo cosa stiamo ancora aspettando.

di: Alessandro Caffarelli

martedì 4 agosto 2009

LA FREGATURA DEL NUCLEARE


Per le nuove centrali nucleari Italiane lo Stato non darà alcun sussidio perché la loro costruzione sarà interamente finanziata dagli operatori privati. Lo ha dichiarato qualche giorno fa il ministro Scajola a margine dell'inaugurazione del cantiere di Mochovce, in Slovacchia, dove Enel sta costruendo due unità nucleari. Peccato che sia una menzogna. Il “nuovo” nucleare costerà molto alle indebitate casse dello stato ed Enel avrà tutti gli aiuti che servono. Anzi qualcuno l’ha già avuto. Per esempio, l’aver fatto pagare alle famiglie italiane un contratto che riguarda la messa in sicurezza di materiale radioattivo di sua proprietà. Negli anni 80 la Francia, la Germania e l’Italia si accordarono per sviluppare un progetto di reattori veloci che si sarebbero alimentati con le scorie prodotte da loro stessi. Fu usato il termine di centrali autofertilizzanti.



Di quel fallimentare progetto è rimasta una vecchia centrale a Cres Melville, in Francia, dove sono anche stoccate le barre di plutonio usate durante la breve vita dell’impianto. Un terzo di quel combustibile nucleare è di Enel che nel 1998 stipula un contratto per tenerle presso la centrale. Quel contratto aveva una clausola: entro il 2007 l’Enel doveva riprendersi le barre oppure pagare perché fossero ritrattate in Francia, trasformate in rifiuti radioattivi e quindi riconsegnate. Il 30 aprile dell’anno scorso il governo Berlusconi, usando l’azienda pubblica Sogin, perfeziona quell’accordo pattuendo il ritrattamento in 170 milioni di Euro. Il contratto prevede anche un ulteriore spesa di 133 milioni per la cessione a terzi del plutonio recuperato. Le scorie rienteranno entro il 2025.

Il problema è che nel definire il perimetro degli oneri nucleari il legislatore non aveva menzionato le scorie francesi. Quelle erano parte di un accordo di Enel con Edf che non rientrava nello smantellamento del sistema nucleare italiano. Eppure a maggio del 2008 la Sogin - per conto del governo - chiede all’Autorità per l’Energia ed il Gas, che ha il compito di erogarle i fondi per lo smantellamento, i soldi per onorare quel contratto. L’Autorità eroga quei soldi (del Arg/elt 57/09) “in via provvisoria” solo perché il governo le promette di sanare la situazione a posteriori modificando il decreto ministeriale del26 gennaio 2000, cioè la legge che definisce quali sono gli oneri nucleri



Nella sostanza: visto che il governo, maggior azionista di Enel, non vuol far pagare alla sua azienda quei soldi, li fa pagare alle famiglie italiane usando impropriamente fondi per lo smantellamento dei vecchi impianti nucleari. La legge non lo permette? Il governo sanerà la situazione a posteriori modificando a suo pro una vecchia legge. Funziona cosi la democrazia in Italia. Ma non è finita. Un’altro aiuto è arrivato solo qualche settimana fa grazie alla legge “Sviluppo” approvata dal Parlamento il 9 luglio. Con questa legge si ordina al Gestore della Rete Elettrica di immettere in rete “tassativamente” una determinata quota di energia prodotta dagli impianti nucleari “costruiti sul territorio italiano”.

Questo è possibile modificando retroattiva un legge del marzo 1999 - una consetudine ormai - che voleva favorire la produzione di energia da fonte rinnovabile. E’ infatti bastato aggiungere alla frase “fonti energetiche rinnovabili” le parole “energia nucleare prodotta sul territorio nazionale” ed il gioco è stato fatto. Inoltre con quella stessa legge le fonti rinnovabili vengono tassate indirettamente perché si costringe il produttore a pagare l’onere per la trasmissione e la distribuzione anche se la produzione e l’utilizzazione di quell’energia elettrica è sul posto. Una tassa occulta? Dire che il nucleare serve al paese è una bugia. Ed infatti nella sua ultima uscita il ministro Scaiola ha corretto il tiro. Ha detto che “sarà un’affare”. Siamo daccordo con lui. Sarà un affare. Per questo governo.

da Altre Notizie

lunedì 27 luglio 2009

Quando Bush censurava i ghiacciai. Ecco le foto segrete del riscaldamento


Sono mille scatti del supersatellite intorno a sei siti a rischio. L'Osservatorio geologico ha concordato la mossa con lo staff del presidente di ANGELO AQUARO (Repubblica)
NEW YORK - Le foto c'erano, chiare e dettagliate. "Un metro ogni pixel", gongola Thorsten Markus, il ricercatore tedesco volato da Brema alla Nasa per combattere la battaglia dell'ambiente: "Una risoluzione così non s'era mai vista, trenta volte superiore a quelle che avevamo a disposizione: qui si vede tutto". Cioè non si vede più nulla, perché il ghiaccio di Barrow, Alaska, non c'è più, sparito, inghiottito da quel mare Artico che è sempre meno Glaciale per il surriscaldamento. Sì, le foto c'erano: mille immagini scattate dal supersatellite intorno a sei siti a rischio sull'Oceano. Peccato che quegli scatti praticamente storici, prova visibile del global warming, fossero stati nascosti, proibiti, censurati: proprio da quel George Bush che già aveva classificato come segretissimi altri studi sull'effetto serra, compreso quello firmato, anno 2004, dal suo stesso Pentagono.

Prendete Barrow: è il villaggio più a nord del mondo, nell'Alaska fino all'altro ieri governata da Sarah Palin, con un occhio più alle trivelle petrolifere che ai ghiacci. Quattromila anime affacciate sul nulla eterno, una stazione del servizio meteorologico nazionale che si arrampicò già alla fine dell'Ottocento, e soprattutto la base del Noaa, il National Oceanic and Atmosphere Administration. Ecco, adesso nelle foto desecretate il disastro si vede a occhio nudo: questo, luglio 2006, è l'Oceano davanti a Barrow come è apparso da che mondo e mondo, con la linea dei ghiacci all'orizzonte, e questa è la stessa foto scattata nel luglio 2007, nulla di nulla: la striscia bianca non c'è più.

Le foto, straordinarie davvero, sono state fatte spuntare dal cassetto da un'agenzia governativa, l'Osservatorio geologico degli Stati Uniti, a poche ore dall'allarme lanciato sul clima dall'Accademia nazionale delle scienze, in una mossa che si presume concordata con lo staff dell'amministrazione Obama. L'ambiente è uno dei punti forti del programma di Barack, che appena un mese fa ha sbandierato come una grande vittoria l'approvazione alla Camera del pacchetto clima, malgrado le critiche dei verdi più radical delusi dal Cap and Trade, il meccanismo di compravendita dei "diritti" (ovviamente costosi) di inquinamento. Ora per il piano si prevede però una dura battaglia al Senato, dove già il presidente ha il suo bel da fare con la riforma sanitaria.

Ma le foto nascoste e riapparse aprono anche un altro fronte di lotta: quello per la sopravvivenza della ricerca scientifica. Dice Jane Lubchenco del Noaa: "Immagini come queste ormai sono la prova che cerchiamo, ma la flotta dei satelliti spia non è stata rimpiazzata e ora rischiamo il collasso. Lottiamo in un campo di battaglia in cui l'America si presenta cieca". In febbraio, scrive Suzanne Goldeberg, esperta di ambiente dell'inglese Guardian, un satellite della Nasa che trasportava strumenti per produrre la prima mappa dell'emissione di carbone intorno alla Terra è caduto nell'Antartico appena tre minuti dal decollo.

Non è un segnale incoraggiante. Ora nel piano di Obama ci sono 170 milioni per recuperare il gap. Per l'istituto di ricerca che lotta nei posti più impervi, come sulla trincea del nulla di Barrow, ne servono altri 390. Bush e Cheney facevano presto a risolvere il problema: bastava nasconderlo nel cassetto. Ma oggi il clima è cambiato, anche alla Casa Bianca. Peccato che insieme ai ghiacci siano spariti anche i fondi.

venerdì 24 luglio 2009

BREBEMI; Illusorie aspettative di sviluppo da “anni 60”


CON 1.620 milioni si possono comprare 540 nuovi treni pendolari

Puntare sulla BREBEMI, cioè in un settore maturo come quello delle opere civili con limitate ricadute tecnologiche e modesti effetti occupazionali per unità di spesa, per il rilancio dell’economia è un’illusione. Si creano aspettative da costoso ritorno agli anni ’60. Anche sotto il profilo trasportistico il progetto solleva notevoli perplessità, sono irrealistiche infatti le previsioni di 60mila veicoli al giorno sulla BREBEMI che sommati ai 120mila attuali della A4 (le due autostrade sono parallele) porterebbero alla poco credibile previsione di traffico complessivo di 180mila veicoli sull’asta Milano Brescia. Il vero nodo del settore è costituito dal fatto che l’80% della mobilità italiana è di breve distanza e solo il restante 20% di lunga distanza pertanto gli interventi urgenti sono quelli locali. I problemi di viabilità locale (di Chiari, Romano L. e Treviglio ecc.) non possono essere risolti facendo una nuova autostrada. Gravi problemi di congestione viabilistica si concentrano negli ultimi 10 Km in penetrazione nelle aree metropolitane,cosa che tutti gli automobilisti sanno, come nel caso di Milano e Brescia. Il nodo non è quello di raggiungere l’hinterland milanese ma di eliminare l’imbuto delle tangenziali.
Certo alcuni utenti saranno contenti, anche i costruttori, ma sono troppo pochi per giustificare un onere di spesa di 1.620 milioni di euro. Con questi soldi si potrebbero comprare 540 treni pendolari e risolvere cosi l’annoso problema ferroviario nazionale. Ci sono nuove, inutilizzate e costose linee ferroviarie ma scarseggiano i treni sul quadruplicamento della Milano Treviglio sulla raddoppiata linea Bergamo Treviglio e sul Passante di Milano a dimostrazione che più che a nuove opere civili serve una migliore capacità gestionale nei trasporti..

da Dario Balotta

Berlusconi inaugura la Brebemi Legambiente: «Serve agli speculatori»


Il presidente del consiglio ha dato il via al cantiere di Urago d'Oglio dell'autostrada che collegherà Brescia a Milano. Gli ambientalisti non ci stanno a veder sostituita la campagna con i capannoni e le lottizzazioni che porterà con sé. E denunciano i forti danni che subirà il territorio e l'agricoltura locale
Silvio Berlusconi ha dato il via ieri al cantiere di Urago d'Oglio della Brebemi, l'autostrada direttissima che collegherà Brescia a Milano. Il presidente del consiglio ha attivato lo starter della betoniera che ha scaricato sulla prima pietra la prima colata di cemento, accanto alla colonnina elettronica con il conto alla rovescia dei giorni che mancano al termine dell'opera: 1.259. I lavori, infatti, termineranno il 31 dicembre del 2012. Il progetto, definito dal Cipe nel giugno di quest'anno, prevede un tracciato di 62,1 chilometri collegando Brescia a Milano senza passare da Bergamo, decongestionando così la A4.

Gli ambientalisti non ci stanno a veder sostituita la campagna con i capannoni, i centri commerciali e le lottizzazioni che la BreBeMi porterà con sé: per questo, mentre con bossi e Matteoli Berlusconi dava il via ai lavori, si sono dati appuntamento nel Parco Oglio Nord, in una delle tante cascine che verrebbero rase al suolo se venisse realizzata la BreBeMi. "La Brebemi serve a questo – dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia – a creare un comodo accesso alle future speculazioni edilizie che sorgeranno dove oggi ci sono cascine e campi di produzione. Non c'è altra spiegazione plausibile per un'autostrada inutile, che nasce nell'hinterland bresciano e si impantana a Liscate in mezzo alla campagna del Parco Sud, in attesa della futuristica tangenziale esterna di Milano. Al patto scellerato tra amministratori regionali e partito del cemento non basta il Piano Casa: ora vogliono distruggere una delle campagne più produttive d’Italia”.

Le stime di traffico indicano che l'autostrada, a regime, sarà percorsa da circa 60 mila veicoli al giorno e libererà la viabilità locale dalla congestione ormai cronica. L'autostrada avrà un impianto di illuminazione su tutto il tracciato dove saranno installate centinaia di telecamere per monitorare il traffico e 60 cartelli informativi a messaggio variabile. Il progetto prevede la realizzazione di opere e misure di compensazione dell'impatto ambientale: saranno realizzati interventi per 181 milioni di euro. Ma i conti di Legambiente dicono benaltro. Innanzitutto, la scelta, solo apparentemente razionale, di affiancare all'autostrada il tracciato della futura ferrovia ad alta velocità Milano–Brescia farà sì che i campi verranno spazzati via per una larghezza pari a cinque volte quella del nastro d'asfalto: 1200 ettari di campagna cancellati per essere occupati dal sedime di autostrada, ferrovia, scarpate e spazi interclusi tra le due opere, che diverranno inaccessibili e quindi inutilizzabili. Aggiungendo lo spazio occupato da opere accessorie, svincoli, viabilità complementari e inevitabili lottizzazioni che sorgeranno ai ridosso degli 8 svincoli previsti, il danno alla zootecnia lombarda può essere quantificato in una perdita secca e definitiva di un centinaio di aziende medie, come dire 200.000 litri di latte al giorno.

Il costo complessivo dell'opera, tutta in project financing, sarà di 1.611 milioni di euro. "Con i nostri ricorsi sveleremo i trucchi della finanza di progetto, che porterà i contribuenti a pagare l'autostrada due volte: la prima volta per costruirla, la seconda per pagarne i pedaggi – rivela Dario Balotta, bresciano ed esperto di trasporti per Legambiente - Un duplicato della Milano-Venezia non aiuterà a risolvere i problemi che hanno i bresciani a raggiungere il centro di Milano: non servono nuove corsie in mezzo alla campagna, occorre risolvere il nodo di congestione delle tangenziali milanesi e disporre di una efficiente alternativa ferroviaria”

È stato stimato che ogni anno verranno creati circa 10mila posti di lavoro diretti e indiretti con un incremento annuo del Pil della Lombardia stimato in 400 milioni di euro. Con l'entrata in funzione della BreBeMi saranno risparmiati 6,8 milioni di ore attualmente perse in code e circa 20 milioni di ore in termini di riduzione dei tempi di percorrenza lungo i principali itinerari est-ovest. Ma gli ambientalisti non risparmiano critiche alla qualità del progetto, giudicata pessima. Ci sono voluti 10 anni per fare un progetto privo di compensazioni ambientali, se si escludono 4 milioni di euro da dividere tra i cinque parchi regionali che verrebbero devastati dai cantieri: alle compensazioni ambientali verrà destinato solo lo 0,25% dei costi complessivi dell'opera. Un'assurdità, possibile per il fatto che il progetto preliminare, nel lontano 2004, venne presentato con una VIA talmente carente da determinarne la bocciatura, poi by-passata con incredibili forzature contro le quali pende il ricorso al Consiglio di Stato depositato da Legambiente. “Ma la nostra battaglia legale è appena iniziata: non appena sarà pubblicata la delibera Cipe che approva il progetto definitivo, i nostri legali si metteranno al lavoro per impugnare anche quella”.

da lanuovaecologia.it

giovedì 23 luglio 2009

Piano Casa Lombardia, addio ai parchi, alle aeree protette e al patrimonio culturale


La Regione Lombardia ha dato avvio al Piano Casa, con l’approvazione della legge regionale 13/2009, che consente interventi di edilizia anche nei parchi e nelle aree protette su approvazione dei comuni.

Le conseguenze del Piano Casa all’italiana sono disastrose per l’ambiente e per la tutela del patrimonio culturale ed artistico, perchè terreni fertili e costruzioni storiche sono a rischio per gli aumenti di cubatura concessi dalla nuova legge.

A ciò si aggiunge la diminuzione dei soprintendenti, dei mezzi a disposizione ed un ritardo nella pubblicazione del Codice dei Beni Culturali, che permette un giudizio solo a lavori conclusi. Viene quindi meno il potere di intervenire a bloccare i lavori nelle aree protette, avviati grazie a licenze comunali.

Perchè il nostro patrimonio culturale ed ambientale non sparisca sotto la logica del mattone e del cemento, Fai, Italianostra, Legambiente, WWf e Lipu hanno chiesto il blocco del Piano Casa della regione Lombardia, soprattutto riguardo alla norma che permette ampliamenti fino al 20% nei centri storici e nei parchi. Mentre l’Ance festeggia l’approvazione del Piano Casa per il rilancio dell’edilizia, sentitevi benvenuti nell’era in cui sarà possibile vedere ville spuntare nei parchi pubblici e dependances private dai palazzi storici, con la Lombardia a fare da apripista.

da ecoblog

Il Governo boccia il solare termodinamico


In un’intervista al Corriere della Sera di circa dieci giorni fa, il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia aveva messo in guardia sul rischio che il patto sul clima del G8, che prevede il taglio dell’80% dei gas serra entro il 2050, “resti un’utopia”.

Prima e principale via da seguire per poter almeno tentare di centrare l’obiettivo è non cedere nemmeno un centimetro nella ricerca delle fonti alternative di energia. Purtroppo, la mozione presentata dal Governo stamattina, sembra cedere distanze ben maggiori.

La brusca frenata arriva sul terreno del solare termodinamico che, secondo la mozione di oggi (a firma, tra gli altri, di Gasparri, Quagliariello, Nania e Dell’Utri), sarebbe altamente critica e dalle incerte le potenzialità: “I primi tentativi di realizzare impianti di solare termodinamico anche di consistenti dimensioni, risalenti a più di 30 anni or sono, non sono stati persuasivi nei risultati e quindi abbandonati e attualmente è inoltre difficile prevedere quali potranno essere i costi di installazione e gestione di tale tecnologia in futuro…pertanto, appare economicamente più vantaggioso puntare sulle tecnologie per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per le quali i costi connessi alla curva di apprendimento risultano prossimi alla combinazione ottimale di efficacia ed efficienza quali, in particolare, le tecnologie del solare fotovoltaico, del consumo di biomasse e dell’eolico… e destinare ai suddetti obiettivi tutte le possibili risorse, ivi comprese quelle dei fondi non attivati per l’incentivazione di energie non ritenute proficue”.

Una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenza e che può essere letta come un consapevole indirizzamento delle risorse disponibili verso altre fonti energetiche e, segnatamente, il nucleare. E pensare che proprio ieri il Governo canadese ha sospeso una gara per due reattori atomici per eccesso di costo: 4.600 euro per kW installato, per un totale di 15 miliardi di euro.

Ma si sa, sono scelte quasi esclusivamente politiche e non “scientifiche”, però bisogna fare attenzione perché uscire da grossi progetti e percorsi di ricerca internazionali potrebbe farci rimanere ancora più indietro rispetto ai nostri partners europei rispetto ai quali, solo 15 anni fa, eravamo leader incontrastati del settore.



A dimostrazione che il settore è in forte espansione, ricordiamo che da circa venti anni sono in esercizio nove grandi impianti termoelettrici solari di questo tipo in California e nel deserto del Mojave per una potenza elettrica complessiva di 350 MW, e nel 2007, sempre negli Stati Uniti, è entrata in esercizio la prima centrale americana di nuova generazione, Nevada Solar One, per una potenza di capacità installata di 64 MWh.

In Europa è stata la Spagna ad aver avviato a partire dal 2004 un programma industriale finalizzato alla realizzazione di una trentina di centrali di potenza complessiva di circa 1.300 MWh, e nel 2007, il gruppo italiano Gengroup, specializzato per la produzione di energia da fonti rinnovabili, è stato incaricato della realizzazione in Libia della prima fase della costruzione di una centrale a ciclo solare termodinamico.

Abbiamo poi recentemente parlato del progetto Desertec e della concreta possibilità che investendo nel nuovo solare termodinamico a concentrazione si possa, nel giro di non molti anni, coprire buona parte del fabbisogno energetico europeo senza gli innumerevoli problemi (artatamente negati) dell’energia nucleare.

Non ci resta che sperare in una presa di coscienza dei singoli parlamentari!

da Il pannello fotovoltaico

mercoledì 22 luglio 2009

Le centrali energetiche del futuro? Gli edifici



L'uomo deve impegnarsi concretamente al recupero dell'ambiente partendo dalle proprie abitazioni, dalle città dove è concentrato gran parte del problema energetico del pianeta: è necessaria una vera e propria “rivoluzione” in architettura, come previsto dalla “dichiarazione di Venezia” firmata da architetti di fama internazionale sul tema della sostenibilità. L'obiettivo è di consentire a milioni di persone di produrre energia pulita e rinnovabile propria tramite le loro attività commerciali, istituzioni pubbliche e abitazioni e di condividere le eccedenze energetiche con altri tramite reti intelligenti di servizi pubblici, avviando di fatto la Terza Rivoluzione industriale e una nuova era post-anidride carbonica.

È quanto emerge dal workshop, promosso dal centro di ricerca Citera, svoltosi ieri 15 giugno alla facoltà di architettura Valle Giulia dell'Università la Sapienza di Roma, a cui ha partecipato con una “lectio magistralis” l'economista di fama internazionale Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends, firmatario della “Dichiarazione”.

La “Dichiarazione di Venezia”
Obiettivo del seminario era quello di definire il ruolo e l'apporto degli architetti all'interno di quella che l'economista e filosofo americano ha profetizzato la terza rivoluzione industriale, i cui quattro "pilastri" sono le energie rinnovabili, gli edifici ad energia positiva, l'idrogeno e le reti intelligenti. La base di partenza è la Dichiarazione di Venezia, un vero e proprio proclama sui fondamenti del nuovo paradigma dell'architettura sostenibile presentato all'11.ma Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.

Alla giornata di discussione hanno preso parte, fra gli altri, il Rettore della Sapienza, Luigi Frati, il Direttore del Citera della Sapienza, Livio De Santoli, il Presidente di Foundation on Economic Trends, Jeremy Rifkin e gli architetti Stefano Boeri, Mario Cucinella e Franco Purini. Importante la partecipazione di numerosi esperti stranieri, in particolare delle nazioni che hanno per prime messo in pratica i nuovi principi dell'architettura, come Francia e Spagna.

Edifici come centrali energetiche
Secondo Rifkin, la crisi dell'economia e della finanza tradizionali e l'emergere del problema del riscaldamento globale consente di volgere la crisi in opportunità, realizzando una vera e propria rivoluzione nel modo di produrre, immagazzinare e distribuire l'energia. Al centro di questa visione Rifkin pone gli edifici, le nostre case che dovranno essere riconvertite in “centrali energetiche”, con al proprio interno tutti gli strumenti e gli elementi in grado di ottimizzare l'efficienza energetica. “Il G8 dovrebbe convincere i grandi leader a dare vita alla terza rivoluzione industriale, vale a dire un modello sostenibile che faccia convergere impresa, politica e società civile sui temi delle energie rinnovabili e la riconversione degli edifici”, ha affermato Rifkin a margine del forum internazionale della sostenibilità.


Edifici ancora energivori
Renato Cremonesi, presidente della Cremonesi Consulenze, è intervenuto nel corso della Seconda Sessione del Seminario, dedicata agli “Edifici ad Energia Positiva”, su “L'esperienza italiana: la gestione energetica degli immobili”. Secondo i dati forniti da Cremonesi, i consumi di energia primaria (l'energia che serve a mantenere le condizioni di comfort all'interno di un edificio) sono pari a 31.158.240 tep (tonnellate equivalenti di petrolio, cioè la quantità di energia contenuta in una tonnellata di petrolio) che a loro volta portano a una bolletta energetica di 32.069.720.871 euro. La fetta maggiore di questa cifra è destinata ai consumi termici (66%) mentre la parte restante viene spesa per i consumi elettrici (34%).

I consumi termici, quindi, fanno la parte del leone nel bilancio energetico delle nostre abitazioni, in particolare per quel che riguarda il riscaldamento che rappresenta il 55% delle spese totali. Per quanto riguarda le emissioni di CO2 anche in questo caso si registra una predominanza dei consumi termici (59%) all'origine delle emissioni di gas a effetto serra, mentre il 41% è originato dai consumi elettrici. “Il sistema italiano - ha affermato Cremonesi - deve effettuare una netta inversione di marcia per passare a un migliore sfruttamento dell'energia, visto e considerato che attualmente il 55% dell'energia legata alle case in cui viviamo viene dispersa, cioè sprecata”.

“Partire dalle città - ha aggiunto Livio de Santoli, direttore del centro i ricerca Citera - significa affrontare il problema energetico degli edifici e della mobilità. No, quindi, alla logica consumistica che ha condotto l'uomo all'isolamento ma egli deve trasformarsi da consumatore di energia (passivo) a produttore di energia (attivo) in una rete globale, condividendo l'energia prodotta con gli altri”.

da Casaeclima

lunedì 20 luglio 2009

LEGAMBIENTE; Nonostante la crisi economica l'automobile la fa sempre da padrona


Secondo il CNT nel 2008 l’uso dell’automobile privata è calato solo del 6%, ha tenuto il traffico passeggeri sulle ferrovie e il trasporto pubblico extraurbano mentre sale leggermente, rimanendo cenerentola il trasporto pubblico urbano che rappresenta appena l’1,8 % dell’intero trasporto passeggeri nazionale.
Neppure l’arrivo della crisi economica ha spinto gli italiani, che spendono mediamente 2.600 euro l’anno per l’automobile,a cambiare mezzo di trasporto. Governo ed Enti locali non hanno impostato una più efficace offerta dei trasporti pubblici. Mentre nei Paesi nord Europei i trasporti collettivi rappresentano quote di mobilità attorno al 30% quindi meno congestione meno incidenti e meno inquinamento.In Italia siamo sempre attaccati ad un modesto 10%. La lotta ai gas serra ( per cui auto e camion sono responsabili per le emissioni nocive al 50%) passa attraverso una nuova politica dei trasporti che rilanci responsabilità ed efficienza in un settore troppo protetto e monopolista. Dove a nessun maneger pubblico, spesso superpagato, è richiesta capacità e risultati e anche quelli privati sono garantiti da lauti contributi pubblici rendendo simili le gestioni pubbliche e quelle private delle aziende di trasporto.



Dario Balotta

Esperto trasporti di Legambiente della Lombardia
Milano 18 Luglio 2009

sabato 18 luglio 2009

Guido Bertolaso, salvatore o imperatore? Storia di un dominio assoluto, anomalia tutta italiana


foto: Wikipedia

L’era Bertolaso inizia il 7 settembre 2001.
Quel giorno il secondo governo Berlusconi, in carica da pochi mesi, trasforma la Protezione Civile in un dipartimento della Presidenza del Consiglio, e ne nomina l’attuale dirigente, Guido Bertolaso.
Quella che fino ad allora era stata un’agenzia indipendente, che comprendeva i Vigili del fuoco e il Servizio sismico nazionale e si era occupata di emergenze territoriali, come terremoti e inondazioni, diventa -per effetto del decreto legge numero 343 del 2001- un organo il cui potere di ordinanza si estende anche ai cosiddetti “grandi eventi”.
Tradotto, questo vuol dire che la Protezione Civile da quel giorno si occupa anche di vertici internazionali, raduni religiosi e gare sportive, come il G8 2009 in Italia o i Mondiali di nuoto di Roma. E se aumenta il numero degli eventi di cui occuparsi, si moltiplicano le emissioni di denaro pubblico a favore della Protezione Civile e le gare d’appalto indette dalla stessa.
A far sì che poi tutto funzioni subito e al meglio c’è lui, Guido Bertolaso, il factotum di palazzo Chigi. Quando si presenta un’“emergenza” o un “grande evento” (come l’esposizione delle spoglie di S.Giuseppe da Copertino, noto santo pugliese), interviene il commissario delegato Guido Bertolaso: con una firma affida poteri straordinari al sindaco, che ha carta bianca e decide cosa e come fare.
A Varese, per esempio, in occasione di un altro “grande evento”, i Mondiali di ciclismo 2008, è bastata l’ordinanza n. 3565, varata dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 16 febbraio 2007, per stanziare sette milioni di euro per la nuova tangenziale fra la Ss 342 “Briantea” e la Ss 233 “Varesina”, con interconnessione alla Ss 344 di “Porto Ceresio”. Scavalcati sindaci ed enti locali. In una parola, i processi democratici.
Il meccanismo emergenza-Bertolaso-firma-appalto sembra poter funzionare anche per l'ultimo progetto del governo Berlusconi: il ritorno al nucleare.
Per dare avvio alla nuova corsa all’atomo di Palazzo Chigi, Terna spa, la società che gestisce la elettrica, per il 29,9% di proprietà statale, ha stanziato investimenti per 3,4 miliardi di euro, fino al 2013. Ma i lavori procedono a rilento, a causa di quei “freni autorizzativi”, come spiega la stessa Terna, posti soprattutto dagli enti locali.
La soluzione, veloce quanto antidemocratica, risiederebbe nelle mani di Bertolaso: il commissario straordinario sarebbe in grado di rendere tutto “più facile”, bypassando con una firma consigli comunali e comitati di cittadini. Infatti il decreto legge “anticrisi”, varato dal Consiglio dei Ministri il 26 giugno 2009, aggiunge ai compiti della Protezione Civile anche “la gestione di interventi sulla trasmissione e distribuzione dell’energia”: è sufficiente la nomina di un “commissario delegato” per poter utilizzare “mezzi e poteri straordinari in deroga alle competenze delle altre amministrazioni locali”.
La Protezione Civile, quindi, non è solo un organo di prevenzione, ma uno strumento nelle mani dell’esecutivo. Uno strumento libero da qualsiasi controllo. Soprattutto finanziario. Non solo la Corte Costituzionale non può intervenire sulle ordinanze emesse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma la Corte dei Conti non può monitorare l’ammontare e l’utilizzo degli stanziamenti che ne conseguono.
Le cifre che sfuggono al controllo non sono irrilevanti. Tra il 3 dicembre del 2001 e il 30 gennaio del 2006 sono state emesse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri 330 ordinanze: esaminando un campione di 75 di queste, sappiamo che hanno richiesto l’utilizzo di 1.486.675.921,73 euro. In base a questo dato statistico è possibile stimare che in otto anni e mezzo, dal 2001 al 2009, le 537 ordinanze emesse abbiano richiesto ben 10.6 miliardi di euro: una cifra esorbitante, su cui la Corte dei Conti non ha alcun controllo.
Il bilancio 2009 della Protezione Civile ammonta a 1.486.574.961 euro.
9.135.000 euro serviranno per pagare personale interno e distaccato, ma anche i gettoni di presenza e gli stipendi e gli assegni del personale “privato”, assunto con le numerose ordinanze per gestire i “grandi eventi”.
158 milioni sono invece destinati all’“acquisto, manutenzione, riparazione, leasing, noleggio ed esercizio dei mezzi aerei”, ovvero i Canadair antincendio, che sono stati appaltati alla Sorem, una società fondata nel 1959 ed acquisita nel 1992 dall’attuale proprietario, l’ing. Giuseppe Spadaccini.
La voce più consistente del bilancio della protezione civile consiste in 1,1 miliardi di euro per l’ammortamento dei mutui contratti dalle Regioni, che si sono indebitate per far fronte alle calamità, ma anche per mettere in moto la macchina dei “grandi eventi”.
Poco o nulla, invece, sotto la voce “previsione e prevenzione”: gli stanziamenti sono passati da 157.123.000 di euro nel 2008 a 98.744.961 di euro nel 2009. E le riduzioni di budget continueranno di anno in anno, fino ad arrivare a soli 50 milioni nel 2011. Tutto quello che non finirà nelle casse della Protezione Civile verrà usato per ripianare i debiti che le regioni hanno contratto per fronteggiare evenienze di vario tipo: dalla ristrutturazione delle città colpite dalle calamità all’organizzazione di grandi eventi, come manifestazioni sportive o raduni religiosi. In questo modo i fondi regionali di protezione civile sono stati azzerati. Per fortuna, a rimpinguare le casse della protezione civile, ci pensano ogni anno le donazioni che i privati cittadini fanno sui conti correnti dell’ente, che poi li suddivide tra le Regioni, in base alla necessità.
D'altronde, è molto meglio curare che prevenire. La prevenzione, del resto, non procura nuovi appalti.

COME FUNZIONA LA PROTEZIONE CIVILE
La Protezione Civile è coordinata direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ne fanno parte le Regioni, le Province, i Comuni ma anche i cittadini e i gruppi associati di volontariato: i Vigili del Fuoco, i gruppi cinofili, gli speleologi e il Soccorso Alpino in caso di emergenza infatti si uniscono ai membri della Protezione Civile. Le organizzazioni di volontariato iscritte nell’elenco nazionale della Protezione Civile sono circa 2.500, per un totale di 1.300.000 volontari.
Tra i compiti, al primo posto ci sono le attività di previsione e prevenzione. La prima consiste nel raccogliere e rielaborare i dati che arrivano ogni giorno dai centri nazionali di ricerca scientifica, per capire quali rischi corre ciascuna zona. L’attività di prevenzione, invece, si occupa di segnalare alle autorità competenti gli interventi utili per ridurre la soglia di tali rischi, e la probabilità che si verifichino eventi disastrosi.
Per rendere l’intervento più mirato e aderente alle specifiche necessità del territorio, si è dato avvio ad una riforma, che introduce una struttura a più livelli, secondo il “Metodo Augustus”, per dare maggiore competenza agli enti locali. Questo metodo prevede che in caso di emergenza locale (di tipo A) il primo responsabile sia il C.O.C. (Centro Operativo Comunale), presieduto dal Sindaco, che utilizza i mezzi a sua disposizione per poter risolvere l’emergenza. Nel caso in cui le risorse non siano sufficienti o il Comune non sia dotato direttamente di una sede della Protezione Civile, la responsabilità passa dal Sindaco al Prefetto e la gestione si sposta a livello provinciale: intervengono il C.C.S. (Centro di Coordinamento Soccorsi) e i C.O.M. (Centri Operativi Misti) più vicini al luogo dell’emergenza.
Quando l’emergenza cresce e coinvolge zone più vaste, interviene il C.O.R. (Centro Operativo Regionale), oppure, in caso di grandi calamità, le decisioni vengono prese direttamente a livello nazionale dalla Di.Com.C. (Direzione di Comando e Controllo).
L’attività di prevenzione è uniforme su tutto il territorio e segue le direttive delle leggi nazionali, ma l’ammontare dei fondi a disposizione cambia di regione in regione: ogni consiglio regionale infatti gestisce autonomamente un proprio fondo per la Protezione Civile. La Regione Toscana, per esempio, ha messo a disposizione 2,5 milioni di euro: 2 milioni per le emergenze ed i restanti per potenziare i servizi del sistema. Anche la Regione Piemonte in caso di bisogno, oltre a fornire i mezzi materiali, può erogare contributi extra agli enti locali.

LA PROTEZIONE CIVILE E IL TERREMOTO d'ABRUZZO
La ricostruzione dopo il terremoto del 6 aprile è “cosa” della Protezione Civile, che il 3 giugno 2009 ha assegnato l’appalto per la costruzione di 150 edifici. Per il progetto verranno usati fondi della Protezione Civile, per circa 500 milioni di euro.
Al bando hanno partecipato 44 ditte edili di tutt'Italia: la scelta delle aziende vincitrici è avvenuta in base al miglior rapporto qualità-prezzo per il numero di lotti che l'azienda si offriva di costruire.
Ad avere la parte più corposa degli appalti è stata l' Associazione Temporanea d'imprese Maltauro-Taddei Spa, nata dall’unione di due ditte: la Maltauro, di Vicenza, e la Taddei, fondata a Poggio Picenze (in provincia dell' Aquila).
La prima, di proprietà di Giuseppe Maltauro, comprende società finanziarie ed industriali ed oggi è tra le prime trenta imprese generali di costruzione di maggior rilievo per fatturato, numero di operai e portafoglio ordini, che arrivano dall’Italia e dall’estero.
L'altra società appartiene al Gruppo Edimo, ed in soli tre anni di attività ha già raggiunto 40 milioni di commesse all'anno. La Taddei (più di 400 operai) può vantare numerosi lavori prestigiosi. Oltre ad aver preso parte alla costruzione degli edifici che avrebbero ospitato le Olimpiadi invernali Torino2006, e quella dello stabilimento della Thyssen Krupp a Terni, il suo business principale è stato quello degli aeroporti. Si è aggiudicata infatti l’appalto per l’ampliamento di Linate, Fiumicino e ha vinto la gara per Malpensa, superando le offerte migliori, ritenute “sospette” dalla Sea, la ditta che aveva effettuato il bando. Recentemente ha inoltre ottenuto l’appalto per l'ampliamento dell'aeroporto di Bergamo, il cui valore supera i 15 milioni di euro.
Inoltre ha seguito in questi anni molti altri lavori anche nel Sud Italia.
A L’Aquila, l’associazione Maltauro-Taddei si è aggiudicata la gara con un'offerta del 5,32% in ribasso: insieme le due società sono riuscite a fare l’offerta più bassa, che ha consentito di guadagnare circa 50 milioni di euro.
Oltre alla Taddei, un’altra ditta abruzzese, la Di Marco Srl Corsoli, si è aggiudicata gli appalti per la costruzione delle piattaforme di cemento di Bazzano (dove sorgerà uno dei nuovi quartieri di casette antisismiche). Il titolare ha vinto il 6,5% della gara d'appalto: una percentuale che frutterà 128 mila euro. Una fetta modesta, rispetto a quella della Maltauro-Taddei, ma che ha suscitato grandi polemiche fra gli Aquilani.
Di Marco, infatti, è stato socio di tre fra gli indagati del caso “Alba d'Oro”: Nino Zanchetti (già assessore comunale ai Lavori pubblici del Comune di Tagliacozzo) e i fratelli Achille e Augusto Ricci. I tre sono stati accusati di riciclaggio di denaro proveniente dalle casse del boss Vito Ciancimino e sono tutt'ora sotto processo.

da Altreconomia

Fontana Leggera. Meno rifiuti


... ma nella provincia di Brescia? qualcosa si stà già muovendo, guardate QUI

venerdì 17 luglio 2009

Le acque dei laghi bresciani


Facendo riferimento anche all'articolo postato qualche giorno fa...

Siete alla ricerca della spiaggia pulita e del mare non inquinato? Basta fare un salto sul sito che l’AEA ( Agenzia europea dell’Ambiente) e Microsoft hanno deidacato a questo servizio, chiamandolo appunto: water watch, eye on earth.

L’uso è intuitivo e basta scorrere la cartina alla ricerca della spiaggia e del tratto di mare di interesse per scoprire come è stato classificato. Oltre agli standard europei (tra l’altro la Commissione ha fatto sapere che in generale la qualità delle acque destinate alla balneazione è migliorata), usati, per creare la classifica di balneabilità, sono riportati anche i voti degli utenti che materialmente hanno fatto il bagno nelle zone prescelte e che hanno lasciato il loro giudizio.

mercoledì 15 luglio 2009

La favola del nucleare francese poco caro


Una delle ragioni sbandierate dal nostro governo per il ritorno al nucleare è quello del costo troppo alto dell’energia che, naturalmente, nella Francia atomica sarebbe invece a prezzi irrisori. Non sembra proprio così: negli ultimi anni più della metà delle famiglie europee ha pagato tariffe energetiche più basse di quelle della Francia «Il che dimostra che il nucleare non dà alcun vantaggio» sottolinea Stéphane Lhomme, portavoce della rete "Sortir du nucléaire”.

L’amministratore delegato di Edf, Gadonneix, l’8 luglio ha addirittura chiesto un aumento del 20% del prezzo dell’elettricità francese ed ha preteso di spiegare che, grazie al nucleare, «L´elettricità in Francia è dal 30 al 40% meno cara di quel che pagano gli altri europei». La richiesta di Edf in Francia ha fatto molto discutere, ma come spesso succede le parole del “tecnico” Gadonneix sono state riportate come verità indiscutibile da quasi tutti i giornali di oltralpe e qualche giornale più vicino al governo si è spinto a scrivere nel suo editoriale: «Da un quarto di secolo beneficiamo in Francia dell’elettricità meno cara d’Europa», che poi è più o meno quel che ci è stato raccontato in Italia in questi mesi di propaganda filo-nucleare.

Ma i discoli di "Sortir du nucléaire” si sono messi a rompere le uova nel paniere di tanto orgoglio nazional-commerciale semplicemente riportando i dati di Eurostat riguardanti il costo dell’Energia nei vari Paesi dell’Ue. «Nel 2007 (le cifre 2008 non sono ancora disponibili), per le famiglie, l’elettricità in Francia era più cara che in 10 Paesi, meno cara che in 13 e praticamente uguale ad altri 3 – spiega Lhomme – Con la crisi mondiale, la situazione dovrebbe d’altronde ritornare ad una posizione ancora più preoccupante per la Francia: dal 2003 al 2006, l´elettricità era più cara che in una quindicina di Paesi, la Francia si trova chiaramente nella seconda metà della classifica! Lo scarto dei prezzi tra la Francia e la media europea è rimasto estremamente stabile tra il 2002 e il 2006, circa il 17% inferiore alla media europea. Certo, questo scarto é salito nel 2007 al 24% ma, lo abbiamo visto, dovrà ridiscendere nettamente per il 2008 e per il 2009. In ogni caso, niente a che vedere con il 30 o 40% meno caro che negli altri Paesi europei. Dunque in Francia non abbiamo "l´elettricità meno cara d’Europa", e ancora meno, "da un quarto di secolo".



D´altronde, risalendo nel tempo, le cifre di Eurostat dimostrano che nel 1997, su 18 Paesi, l´elettricità in Francia era meno cara che in 5 Paesi e più cara che in 12! Certo, i prezzi di Edf sono un po’ più performanti in favore delle imprese, ma diversi Paesi fanno meglio e, soprattutto, è proprio a livello delle famiglie che si situa il dibattito: sono soprattutto quest’ultime alle quali Gadonneix chiede di poter aumentare il prezzo dell’elettricità, perché le industrie beneficiano a lungo di tariffe molto vantaggiose… quindi la “mancanza di guadagno” per Edf è con tutta evidenza pagata dalle famiglie. E sono proprio le famiglie, vale a dire gli elettori, che per le autorità francesi bisogna convincere della supposta "pertinenza” dell’opzione nucleare».
Ma sull’economicità del nucleare francese si basa molta della propaganda del rinascimento nucleare europeo, mentre i dati ci dicono che è quantomeno azzardato attribuire al nucleare questo “miracolo” . La realtà è che l’elettricità in Francia è un po’ meno cara della media europea e questo solo grazie a tariffe fissate dallo Stato che se venissero abolite, come il governo di Parigi pensa di fare appena la situazione economico-sociale lo permetterà, il prezzo schizzerà verso l’alto.

«Per finire – dice il portavoce di "Sortir du nucléaire” – notiamo che il prezzo dell’elettricità prodotta da Edf non comprende gli investimenti pubblici massicci dei quali ha beneficiato il nucleare da 50 anni. Il costo reale che bisognerà pagare presto o tardi per lo smantellamento delle installazioni atomiche e per le scorie: la situazione finanziaria critica di Edf lascia chiaramente pensare che le somme previste, già largamente insufficienti , neanche esistono, addossate al deficit colossale dell’impresa. Reintegrando l’insieme delle somme pubbliche investite nell’atomo e quelle che bisognerà spendere in seguito, il prezzo dell’elettricità nucleare è di gran lunga il più caro. Notiamo anche che la questione del prezzo non è che una delle diverse favole imposte all´opinione dalla pubblicità incessante di Edf ed Areva, dai discorsi politici e purtroppo un certo numero di editorialisti che non fanno lo sforzo di andare a cercare i veri dati.




Possiamo citare la supposta indipendenza energetica dovuta all’atomo, il carattere “pulito” dell’industria nucleare, o ancora la "riuscita" del reattore Epr che è, al contrario, in corsa per diventare uno dei più grandi flop industriali e finanziari della storia. I cittadini della Francia – e I loro discendenti – pagheranno quindi molto caro e per lungo tempo l´opzione nucleare imposta da 50 anni. Con i danni all’ambiente, alla salute, alla democrazia, ecc, è una ragione in più per uscire il più velocemente possibile dal nucleare, consumare meno energia e privilegiare le energie rinnovabili».



da Teneraerbetta

martedì 14 luglio 2009

Super impianto solare da costruire nel Nord Africa


Il governo tedesco e alcune imprese del paese come la Siemens e Deutsche Bank daranno il sostegno ad un progetto per la costruzione di una catena di impianti di energia solare nel Nord-Africa su così vasta scala che potrebbe fornire energia elettrica alle famiglie e alle industrie nei prossimi decenni. L'infrastruttura costerà circa 400 miliardi di euro, sarà costruita da un consorzio di 20 imprese tedesche e sarà chiamato DESERTEC.

La grandezza del progetto è tale che nel giro di pochi giorni ci sarà una riunione preparatoria a Monaco di Baviera, che coinvolgerà anche rappresentanti del settore energetico della Spagna, Italia, la Lega araba e il "think tank" Club di Roma.
Non è stato ancora stabilito in quale paese potrebbe sorgere questo super impianto, ma evidentemente si pensa al del Nord Africa. Sappiamo anche che l'impianto utilizzerà degli specchi per concentrare i raggi del sole, riscaldando l'acqua portandola ad un punto di ebolizzione che farà ruotare le turbine, un processo più conveniente e efficiente delle cellule fotovoltaiche per convertire la luce solare in energia elettrica.
Sarà possibile installare una rete di linee di trasmissione ad alta tensione dal deserto all'Europa. Ma la principale sfida che attende DESERTEC è il trasferimento di energia elettrica su grandi distanze (Sahara-Europa), infatti si temono dispersioni di energia elettrica lungo il percorso. Ma sembrerebbe che la Siemens stia cercando una soluzione e sia sulla giusta strada.

Greenpeace-Germania ha già dato la sua approvazione al progetto, al contrario le compagnie di assicurazione, credono che la costruzione di un'infrastruttura così costosa in territori così politicamente instabili, sia un rischio troppo elevato.

da Independent
da Ecologiablog.com

lunedì 13 luglio 2009

Una montagna di balle


Il video che vi segnalo su è il trailer di Una montagna di balle, docufilm che raccoglie immagini e testimonianzanze raccolte dal 2003 al 2009, da un gruppo divolontari che nel corso del tempo ha documentato l’emergenza rifiuti in Campania. La presentazione in prima nazionale è fissata per domani 14 luglio, alle 20, 00 al Cinema Modernissimo a Napoli. I pezzi di queso puzzle cinematografico sono stati messi assieme per individuare le responsabilità, lungo il corso di almeno 15 anni di gestione politica, e per trarne un quadro completo di chi avrebbe dovuto fare cosa e non l’ha fatto. Vale la pena ricordare che attualemnte sono in corso decine di processi che vedono sotto inchiesta politici, amministratori pubblici e aziende interessate a vario titolo.

Ecco alcune delle domande che si pone il docufilm:
Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dell’Europa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta. L’assalto ai fondi pubblici, le zone d’ombra della democrazia, il boicottaggio della “differenziata”, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative. E se “vivere in emergenza”,fosse solo una strategia per accumulare profitti!?
Il film è stato prodotto grazie all’autofinanziamento e diretto da Regia: Nicola Angrisano, mentre il soggetto è di Maurizio Braucci, Nicola Angrisano, Sabina Laddaga; le musiche originali sono di Marco Messina, il montaggio di Simone Veneroso e la voce narrante è quella di Ascanio Celestini.



da Docutrashfilm, Ecoblog e teneraerbetta

domenica 12 luglio 2009

Il costo umano dei cambiamenti climatici

Oxfam e Banca mondiale sottolineano la necessità di intervenire immediatamente per combattere il global warming, che sta già colpendo duramente i poveri del mondo

In occasione del vertice dell'Aquila, ong e grandi istituzioni internazionali come la Banca mondiale, rilanciano allarmate la necessità di agire subito per la salvaguardia del pianeta, ma i potenti non sembrano cogliere la gravità della situazione. Sono i Paesi poveri che subiscono le conseguenze maggiori derivanti da fenomeni climatici estremi, provocati in larghissima parte dai Paesi più industrializzati e appartenenti ai cosiddetti grandi della terra. L'impatto devastante di un clima sempre più modificato dalle attività umane si riversa in larga parte, per ora, sui Paesi del sud del mondo già alle prese con gravi problemi interni. Oxfam, la confederazione di 13 ong con oltre 3000 partner, che ha lo scopo di combattere ingiustizie e povertà nel mondo, ha pubblicato un rapporto intitolato ''Suffering the science - Climate change, people and poverty''. Viene messo in evidenza come le mutazioni climatiche stiano già colpendo duramente i poveri negli oltre 100 paesi in cui opera e nei quali sono state compiute le ricerche. ''I cittadini dei Paesi ricchi cominciano appena ad interessarsi degli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici. Ma milioni di persone tra i più poveri nel mondo, ne subiscono già le conseguenze nella vita quotidiana'' dichiara Luc Lamprière, direttore generale di Oxfam Francia.

La certezza scientifica delle devastazioni. Il rapporto di Oxfam parte dai risultati degli studi sul clima compiuti da oltre 2,500 scienziati riunitisi a Copenaghen lo scorso marzo e interseca le storie delle comunità del sud alle prese con il global warming. Gli scienziati del Gruppo di esperti intergovernativo sull'evoluzione del clima (Giec) sostengono già da tempo l'urgenza di agire immediatamente contro il riscaldamento globale, che potrebbe arrivare a un punto di non ritorno già nel 2015 quando, stando ai ritmi attuali, la temperature renderanno inabitabile buona parte del pianeta. La finalità della relazione è quella di mettere in luce le storie delle vittime che stanno dietro alle statistiche, per tentare di avvicinare il mondo politico alla comunità scientifica, che appaiono oggi ancora molto distanti. L'aumento massimo di 2 gradi centigradi delle temperature, sul quale più di 100 governi basano le proprie strategie poiché considerate 'economicamente accettabili', promette un avvenire desolante per più di 660 milioni di persone entro il 2030. Secondo Hans Joachim Schellnhuber, consigliere di Angela Merkel per il clima, le temperature globali potrebbero aumentare fino a 5 gradi entro il 2100: la popolazione mondiale si ridurrebbe in questo caso a un miliardo di persone. Paradossalmente le nazioni che si sono arricchite bruciando combustibili fossili sono quelle attualmente meno colpite dal cambiamento del clima, con l'eccezione di Spagna e Australia: è ai tropici, dove vive la maggior parte della popolazione mondiale e gran parte delle comunità più povere, dove si verificano i disastri più gravi. Balgis Elasha, scienziato dell'Alto concilio per l'ambiente e le risorse naturali, ha evidenziato che il ''53 percento delle catastrofi che si verificano in Africa sono legate al clima e un terzo degli abitanti del continente vive in zone soggette a siccità. Entro il 2020 i rendimenti agricoli africani potranno diminuire del 50 percento''.

La nuova normalità: fame, malattie e catastrofi. A breve termine, l'impatto più devastante causato dal 'nuovo clima' sarà l'aumento della fame nel mondo, poiché coltivazioni come il mais e il riso sono estremamente sensibili all'aumento delle temperature e alla mutazione delle stagioni. Si stima infatti che 200 milioni di persone all'anno fino al 2050, potranno essere costrette all'esilio a causa della fame, della degradazione dell'ambiente e dalla perdita delle loro terre. Anche la salute delle persone andrà notevolmente peggiorando: le elevate temperature provocheranno uno 'stress climatico' che renderà impossibile il lavoro e la diffusione di malattie, ad esempio nelle zone tropicali, sarà estremamente più veloce poiché esse cominceranno a 'migrare'. Per quanto riguarda le catastrofi naturali è probabile che gli avvenimenti passati tra il 1975 e il 2008, saranno destinati a triplicare entro il 2030: 375 milioni di persone potranno essere colpite entro il 2015 da uragani, terremoti, incendi o alluvioni. Le migrazioni dovute al clima sono già una realtà e nuovi conflitti di carattere internazionale si innescheranno per il controllo delle risorse vitali, a causa della loro rarefazione.

Appello ai leader del G8. Il consigliere politico di Oxfam, Max Lawson, raccomanda che ''i leader del G8 devono fare sul serio per garantire, con questo vertice, un piano concreto per ottenere aiuti e protezione per le popolazioni povere contro la tripla crisi rappresentata dall'economia, dal cibo e dal clima''. La relazione Oxfam viene pubblicata in concomitanza con avvio all'Aquila del vertice dei grandi, che si sono già in parte impegnati a devolvere lo 0,7 percento del proprio Pil in aiuti umanitari entro il 2015 ( l'Italia ne devolve attualmente solo lo 0,22 ). Si avvisano gli 8 grandi che senza un impegno immediato a favore dell'ambiente, verranno definitivamente resi vani gli ultimi 50 anni di progressi raggiunti nel campo dello sviluppo e della lotta alla povertà nei paesi del sud del mondo. Romain Benicchio di Oxfam France, sottolinea che i paesi del G8 ''devono impegnarsi in un accordo globale sul clima incentrato sui bisogni delle popolazioni più povere'', che avrebbero bisogno di almeno ''150 miliardi di dollari all'anno'' per favorire uno sviluppo indipendente dal carbone e prevenire le conseguenze nefaste del 'global warming'. John Holmes, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha scritto in aprile, con il titolo 'Disasters - the new normal' che ''investendo 3,15 miliardi di dollari nella riduzione dell'impatto delle inondazioni tra il 1960 e il 2000, la Cina ha evitato una perdita stimata in 12 miliardi di dollari'' mentre si calcola che negli Stati Uniti ''ogni dollaro speso a favore del clima, permetterebbe di economizzarne 4'' per il futuro. I dirigenti politici dovrebbero quindi mobilitarsi immediatamente, anche se una recente inchiesta sulle preoccupazioni della popolazione statunitense, pone al ventesimo posto (su 20) il problema ambientale.

Le minacce maggiori e i paesi più a rischio. La Banca mondiale, organismo delle Nazioni unite finanziato in larga maggioranza dai paesi più ricchi, ha stilato un elenco delle cinque principali minacce derivanti dai cambiamenti climatici (siccità, inondazioni, tempeste, innalzamento del livello del mare e deficit alimentare) in un rapporto intitolato ''Convenient solution for an inconvenient truth''. La più grande istituzione finanziaria del mondo ha anche provveduto ad identificare i paesi che rischiano di essere più coinvolti nel processo: quattro tra le nazioni più povere al mondo sono in cima a questa lista. Nel Malawi, paese dell'Africa meridionale con un reddito annuo pro-capite inferiore ai 100 dollari e in cui la maggior parte delle persone vive in aree rurali, i periodi di intensa siccità sono destinati ad aumentare e la popolazione rischia di restare priva dei minimi mezzi di sopravvivenza forniti dall'agricoltura. Il Bangladesh è invece a capo della lista dei paesi con più alto rischio di inondazioni. L'aumento dello scioglimento dei ghiacciai a causa delle alte temperature, è destinato a gonfiare notevolmente i fiumi Gange e Brahmaputra, che potrebbero sommergere dal 30 al 70 percento del paese in caso di forti inondazioni. Il Vietnam, sempre secondo studi commissionati dalla Banca mondiale che delineano un innalzamento di 5 metri del livello del mare circostante, potrebbe veder inondato il 16 percento della sua superficie. A causa di ciò, il 35 percento della sua popolazione perderebbe la propria casa e il 35 percento della propria economia locale verrebbe irrimediabilmente distrutta. Secondo l'Ipcc (Intergovernmental Panel for Climate Change) il Sudan, il più grande stato africano, sarebbe il paese dove l'agricoltura verrebbe maggiormente devastata e dove si verificherebbe il più grosso deficit alimentare nel mondo. Infine le Filippine, paese asiatico composto da oltre 7 mila isole, sarebbe invece il luogo che potrebbe essere maggiormente sconvolto a causa dei più frequenti e intensi temporali: nel 2008 è stato uno dei tre paesi più colpiti da catastrofi, stando alle ricerche del Centro di ricerca sulla epidemiologia dei disastri di Bruxelles.


da Peacereporter