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giovedì 6 agosto 2009

Vietato tutto

Vietato dissentire.
Messina. Un cittadino esprime il suo dissenso sul ponte sullo Stretto in presenza del ministro Angelino Alfano. Gli sgherri manzoniani lo trascinano via.

Vietato ridere.
Rosolini. Un cittadino ride mentre Sgarbi difende il presidente della regione Sicilia Lombardo. Gli sgherri manzoniani lo trascinano via.

Vietato manifestare.
L’Aquila. Un gruppo di cittadini espone uno striscione per criticare la gestione del dopo-terremoto durante la visita del presidente del consiglio. Gli sgherri manzoniani glielo impediscono.

È boom di auto blu


In Italia sono quasi 650mila, un numero da record che continua a crescere
L'Italia è il Paese dove si utilizza il maggior numero di auto blu del mondo. In soli sei mesi il parco macchine della Pubblica Amministrazione è infatti cresciuto del 2,7% tanto da raggiungere oggi le 624.330 unità (sei mesi fa erano 607.918), cioè 10 volte più che negli Stati Uniti.
A evidenziare il record negativo italiano ci ha pensato Contribuenti.it, Associazione Contribuenti Italiani, che grazie a uno studio condotto dallo Sportello del Consumatore, ha conteggiato le auto blu utilizzate nel Belpaese, prendendo in considerazione sia le vetture private sia quelle in leasing, a noleggio operativo e a lungo termine, presso lo Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici, Società misto pubblico-private e Società per azioni a totale partecipazione pubblica.
Nonostante la legge del 1991 che limita l'uso delle auto blu esclusivamente a Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, tagli e provvedimenti reali non sono mai stati effettuati.

da Libero Portale

Vergogna: Gasparri-Dell'Utri contro il termodinamico italiano



Puntuale, come il cliente in un blind-date con la escort di turno, ecco arrivare la mozione Gasparri-D’Alì-Quagliarello-Dell’Utri, presentata al senato il 14 luglio 2009, ostativa allo sviluppo del solare termodinamico italiano.

Età media 57 anni, giocando una partita a brain-training, questi uomini probabilmente si vedrebbero assegnare dal Dr.Kawashima un età cerebrale di gran lunga superiore a quella realmente posseduta.
Da dove possano attingere le necessarie competenze, a meno di improvvisate faziose e costose consulenze (per le tasche degli italiani), per presentare una mozione a sfavore dello sviluppo del CSP italiano risulta poi essere un mistero:

D'Ali 58 anni Laureato in giurisprudenza.
Quagliariello 49 anni Laurea in scienze politiche
Gasparri 53 anni Maturità classica
Dell'Utri 68 anni Laurea in giurisprudenza

Fuori luogo, e mal supportato numericamente, è il confronto presentato nella mozione, tra le tecnologie CSP e nucleare in termini di ore equivalenti e di ground-ratio.
Subdolo è poi il messaggio che lanciano poi i quattro moschettieri firmatari, invitando il governo a persistere nell’attuazione del piano energetico nazionale (che contiene il rilancio del nucleare), e a puntare su tecnologie più vantaggiose quali fotovoltaico, eolico e biomasse:
Ccà nisciuno è fesso.

Come è possibile non cogliere le potenzialità di sviluppo della filiera solare termodinamica in termini di occupazione e acquisizione di competenze, sembra essere un vero mistero:
l’installazione di 300-500 MWe di potenza elettrica da CSP, entro il 2016, apre ulteriori scenari di occupazione nel campo delle FER e risulta essere propedeutica all’export della tecnologia e al trasferimento di know-how italiano nel mondo:
business-2-business.

La Spagna questo ce lo sta insegnando.
Siamo l’Italia, mi chiedo cosa stiamo ancora aspettando.

di: Alessandro Caffarelli

Antimafia a parole



Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.

La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.

L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate.

E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.

Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.

È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.

Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.

E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.

Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.

Luigi De Magistris

L'Agcom dà ragione a Report contro Tremonti.Al centro del contendere la puntata della trasmissione sulla Social card.


L'Agcom dà ragione a Report contro Tremonti
Al centro del contendere la puntata della trasmissione sulla Social card.
Martina Aureli
Nessuna sanzione per la trasmissione di Rai3 Report. L'Autorità garante delle comunicazioni ha infatti deciso di archiviare l'esposto contro il programma di Milena Gabanelli presentato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Al centro del contendere la puntata del 5 aprile scorso sulla social card. Secondo il ministro, infatti, in quell'occasione erano stati lesi "i principi di completezza, correttezza e obiettività" dell'informazione. Ma l'Authority non la pensa così: nella delibera di archiviazione, infatti, c'è scritto che "non si rilevano sconfinamenti del diritto di critica", e si precisa che "la tecnica informativa tipica di Report è stata ritenuta legittima dal Tribunale civile di Roma". E così nel prossimo ciclo della trasmissione Report tornerà a fare un bilancio aggiornato dell'operazione social card.


La vita disgraziata della Social card
Ma cos'ha fatto tanto infuriare un autorevolissimo esponente del governo da spingere la Rai, dell'appena nominato direttore generale Mauro Masi, a spedire una puntata di Report davanti al Comitato etico? I sussurri di viale Mazzini indicano un nome che porta al ministero dell'Economia (quello di Giulio Tremonti) e una puntata precisa, quella intitolata "Poveri noi" e dedicata alla Sociale card.Eppure non si trattava di un argomento nuovissimo. La Social card ha suscitato, infatti, l'interesse dei media fin dalla conferenza stampa di presentazione, tenuta soprattutto dai ministro Tremonti e Sacconi. E poi sono arrivate anche le critiche (non tantissime, ma ci sono state, soprattutto per la delusione di vedere la montagna partire il topolino di poco più di 500.000 aventi diritto). Si è parlato anche della difficoltà delle procedure per ottenerla, tanto da spingere Beatrice Magnolfi (del Pd) a parlare di vera e propria via crucis. Si è detto di quelle scariche, che hanno costretto i pensionati ad imbarazzate reazioni di fronte alle casse dei supermercati.
A gennaio scorso si è scatenata una forte polemica dopo i dati diffusi dall'Inps: a fronte di una platea di aventi diritto pari a 1.300.000, solo 420mila erano quelle realmente attivate.


L'inchiesta di Report
Dopo di che, silenzio. Fino all'inchiesta di Report del 5 aprile scorso, “Poveri noi”, tutta dedicata alla Carta acquisti. Un silenzio interrotto dalla voce del coordinatore nazionale dei Caf, Valeriano Canepari, che pochi giorni prima della puntata, denunciava a ilsalvagente.it: “A nessuno interessa più parlare di Social card e Bonus famiglia”.
Fino al 5 aprile, la data della puntata di Report che qualcuno in alto non ha gradito.


Un confronto impietoso tra annunci e risultati
Ma cosa può aver dato fastidio al ministro del Tesoro, che è apparso nell'inchiesta di Report, anche se visibilmente seccato dalle domande della giornalista dopo il servizio sul confronto europeo?
Possiamo solo immaginare…
E se il buongiorno si vede dal mattino, l'inizio della puntata è stato senza dubbio di forte impatto. Le prime immagini erano quelle della conferenza stampa di Tremonti a novembre scorso, in cui si presentava trionfalmente l'iniziativa. E poi le cifre secondo il ministro: “Il nostro obiettivo è distribuire la carta a una platea che, in base ai nostri conti, è pari di un milione e 300 persone”. Poi la voce della giornalista Giovanna Buorsier fuori campo: “A dicembre le persone che hanno ricevuto la lettera del ministero sono 520 mila”.
Numeri discordanti, che aprono una crepa tra risultati attesi ed effettivamente raggiunti.
Può essere stato questo il problema? Aver inquadrato con le telecamere l'orgoglio dell'annuncio e citato a voce il contrasto con i dati?

E c'è anche lo svarione Robin Tax
Forse. O magari è stato il fatto che intorno alla Social card giravano altre scelte del ministero del Tesoro. E ancora in conferenza stampa Tremonti: “Parte della social card sarà finanziata con una minima parte della Robin Hood Tax”. La tassa che prende il nome dal ladro di Sherwood che rubava ai ricchi per dare ai poveri, è dovuta al fatto che si “preleva” dalle compagnie petrolifere, banche, e assicurazioni, per ridistribuire ai meno abbienti le risorse.
Ma in tempo di crisi è stata una scelta strategica? Report lo chiede all'economista Tito Boeri: “All'epoca della Robin Tax il petrolio costava 166 dollari al barile, e andava verso i 200. Ora, con la crisi, è sceso a 30 dollari”. Un bello schiaffo morale al “preveggente” ministro che aveva visto la crisi prima degli altri.
Ma non basta. Di nuovo Tremonti in conferenza stampa: “La Robin Tax ha avuto, ha un gettito di 4 miliardi”. Dato smentito da Aldo Polito, dirigente dell'Agenzia delle Entrate: “La 'tassa' si paga entro il 16 giungo. In pochi hanno già provveduto”. Il grosso? “Lo vedremo a giugno”, risponde Polito alla giornalista. Che conclude: “Se si incasseranno 4 miliardi lo sapremo, quindi, tra qualche mese”.

La “beffa” dei poveri
Brutta figura anche con le interviste ai pensionati in fila alle poste. Prima ai Caf, poi all'Inps, le Poste, di nuovo ai Caf. Procedure complesse: “Un casino”, il secco commento di uno degli intervistati. Quindi la delusione di chi rientrava nei limiti di reddito, ma non nelle altre condizioni di accesso: età, utenze elettriche, macchine, immobili. Era stato raccontato nei giornali, forse guardarle negli occhi, queste persone, era troppo.

Il giro di soldi intorno a Mastercard e Poste
Poi la domanda che si sono fatti in tanti: perché non accreditare direttamente nelle pensioni, risparmiando in procedure e soldi? Ed ecco i conti: “A fronte di 2 milioni di carte stampate, ne sono state attivate 717mila”. Quanto è stato speso? Lo ricostruisce la Gabanelli in studio: “Un totale di 21 milioni di euro. Nel dettaglio: 2 milioni e qualcosa per le carte; 400.000 per spedire le lettere ai presunti beneficiari. Altri 10 milioni e mezzo ai Caf che aiutavano a compilare le domande; e 2 milioni, poi, per il call center e la macchina della pubblicità.
Il ministro lo sa? Tremonti rispondeva che al momento non era in grado di dirlo con esattezza. “Comunque, le diamo i dati”. Ma intanto, questi il pubblico ha visto e sentito.

Una conclusione amara
E ha visto e sentito tutto il resto. Report ha fatto le domande che si facevano da mesi utenti, pensionati e giornalisti. Ha avuto le risposte intervistando Inps, Agenzia delle Entrate, Caf, e un dipendente anonimo del Ministero del tesoro. Fonti autorevoli.
Che avrà mai da ridire il Comitato etico della Rai? La Federazione nazionale della stampa scriveva ieri in un comunicato che l'inchiesta “aveva il torto di non essere piaciuta a qualche ministro”.



da: il salvagente

mercoledì 5 agosto 2009

Intervallo

Ciao a tutti... Le ferie ci faranno ricaricare le batterie per continuare a informarvi su quello che accade in questa piccola Italia di furbi !